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Troiane risorgono al teatro Romano

18527746_10213612953307090_1729480874961813330_nTra tutti gli eventi consigliati dall’Urlo per il fine settimana quella di Troiane al teatro Romano è quella che più di tutte diventa una esperienza da vivere. In periodo di rappresentazioni classiche in cui ogni teatro antico dell’isola diventa scenario di riesumazioni letterarie più o meno gradevoli, in chiave spesso discutibile mettere in scena uno spettacolo dal titolo Troiane al teatro romano di Catania potrebbe non essere quanto di più innovativo, se non fosse per il fatto che l’intuizione del regista Orofino rende il teatro stesso protagonista, sfruttandone ogni peculiarità e con la riscoperta della bella recitazione con tutta la sua classica drammaticità. Ambulacri, lo schema quasi labirintico di corridoi e scale, i resti e la stessa sabbia si trasformano in un mondo che ha dell’onirico, del magico in cui lo spettatore, guidato per non perdersi fin da subito dimentica di trovarsi nel cuore di Catania per entrare in una fantomatica Troia popolata dagli spiriti di chi ha vissuto la sua distruzione.

18519475_10209574411210389_3848948762637723048_nGli “ospiti” di questo giro turistico nel tempo e nello spazio vengono accolti da un Poseidone/Silvio Laviano pronto a partire per nuove avventure anticipando ciò che accadrà agli eroi vincitori della guerra forse più famosa della storia. Da questo punto in poi l’uditorio viene risucchiato in un labirinto attraverso sette stazioni, sette monologhi in cui il filo conduttore è la deportazione delle donne troiane, spartite a sorte tra gli elleni vincitori e così pian piano gli eroi omerici diventano uomini senza scrupoli, crudeli e incuranti di donne e bambini che da esseri umani, da promesse future diventano merce di scambio.

18557505_10209574424650725_6973126617297823993_nEgle Doria da vita a tutta la rabbia lucida di una madre che non ha più lacrime, regge la sua coppa di vino, forse residuo di un ricordo regale tramutato in recipiente in cui affogare le sue stordite lacrime, diventa il filo conduttore di tutte le altre tappe di un viaggio all’interno del teatro come all’interno viscerale del dolore umano.

18486427_10209574423810704_5137936776123850318_nCosì Luana Toscano, Alessandra Barbagallo, Lucia Portale, Valeria La Bua e Marta Cirello diventano conduttrici di quel patos profondo che fa eco e si ripete dentro quella sensazione di smarrimento degli ambulacri, ne riempiono ogni anfratto. Perfettamente incastonate nei pochi ma sostanziali elementi scenici di Vincenzo la Mendola, se i loro gesti arrivano ad essere capaci di scolpirsi a volte con ironia altre con rabbia tragica nell’anima dello spettatore che quasi come un intruso invade il loro mondo, le loro voci si rincorrono come quelle di un ricordo tra i corridoi dai quali l’orientamento è labile come la concezione del tempo stesso amplificando la sensazione fantasmagorica di sogno, di un dolore talmente profondo da assumere colore solo nel ricordo di quella città dell’oro che fu Troia.

18582492_10209574439291091_821440825028341172_nQuando vi capita di passare da una stazione all’altra guardatevi bene attorno perché Ecuba, Cassandra, Troiane e soldati potrebbero apparire come spettri nell’ombra tra gli archi e così il monologo a cui avete appena assistito si fa vivo all’interno del teatro stesso. Ogni personaggio sembra condannato così come lo è già dalla letteratura a ripetere all’infinito il suo monologo, la sua storia per mostrarsi ciclicamente ad ogni gruppo di spettatori. Sarebbe bello, secondo questa interpretazione lasciare liberi questi ultimi di vagare tra gli ambulacri per farsi sorprendere ogni volta.

18447016_10211573253239741_4197660649640017579_nSe, però, una fortissima critica deve esserci ed è giusto e necessario che ci sia, questa la si deve al fatto che chi gestisce il teatro romano non sia in grado di coniugare la sua essenza, teatrale appunto, con la vita di chi, nei secoli, ci ha costruito sopra la propria casa abusivamente. Così come in passato quando le note di una Norma venivano contrappuntate ora da uno sciacquone ora dal tg della sera, è accaduto che il monologo di una meravigliosa Elena trovasse la sua conclusione nella sonora lamentela di un vicino evidentemente poco avvezzo. E’ mai possibile nel 2017 che una città come Catania sia capace di generare una Esperienza teatrale come Troiane e allo stesso tempo non saper gestire le cose affinché la bellezza non venga disturbata? Che non si punti il dito sulle scelte del regista poiché egli ha il sacrosanto diritto di sfruttare un teatro in quanto tale, ovvero in tutti gli spazi che esso fornisce: se intruso c’è è chi questo non sa apprezzare ed è bene che vi si ponga rimedio!



Alfredo Polizzano

Nato nel 1983, si trasferisce molto presto a Catania, città che ama da sempre. Di formazione scientifica, ha frequentato la facoltà di Lettere moderne del capoluogo etneo. Drammaturgo e scrittore si occupa di prosa e di critica teatrale. Contemporaneamente alla pubblicazione, per Edizioni Croce, della silloge poetica Lettere da Atlantide, ha tradotto dal napoletano "Ferdinando" di Annibale Ruccello, per la cui messa in scena, per la prima volta a Catania, fa da assistente alla regia al regista salernitano Giancarlo Guercio. Le sue commedie e racconti ricevono molti riconoscimenti in tutta Italia e vengono rappresentati con ottima risposta di pubblico e pubblicati da vari editori. Dal 2015 ha deciso sfruttare la sua passione per la letteratura e la formazione da libraio antiquario diventando il proprietario della libreria antiquaria Fenice che si propone e come luogo di incontro e animazione culturale e sociale della città, vocazione che affronta con determinazione, passione e successo. Nominato nel 2016 Responsabile Cultura del comitato Catanese continua il suo impegno civile, sociale e culturale in Arcigay. Dal 2010 scrive della vita culturale Catanese attraverso il suo blog Il Covo della Fenice, nel quale si occupa di recensire e consigliare teatro, mostre, musica, incontri, e attività a sfondo culturale della città.