Giustizia, Statua Tribunale di Catania

Condanna definitiva per commercialista “guardone”

In Cassazione, il ricorso della difesa è stato dichiarato inammissibile e quindi la condanna, già confermata in appello, è divenuta definitiva. Si è chiuso così il processo contro il commercialista Vincenzo La Rosa (difeso dall’avv. Antonio Fiumefreddo) accusato di avere spiato, con una penna con telecamera, alcune collaboratrici del suo studio professionale.

Nel novembre 2014, era stato condannato, in primo grado, ad un anno di reclusione pena sospesa, provvisionale di 1.500 euro per ciascuna delle sei parti civili; in appello, nel giugno del 2016, i giudici avevano confermato la decisione.

Commercialista stimato, felicemente sposato, La Rosa era stato denunciato dalle sei collaboratrici dello studio professionale. Questa la squallida sintesi di una vicenda, scoppiata nell’ottobre del 2009, finita in un’aula di tribunale.

Da una parte il professionista, il commercialista e consulente del lavoro Vincenzo La Rosa, 44 anni (difeso dall’avv. Antonio Fiumefreddo e dall’avv. Barbara Ronsivalle) accusato di “interferenze illecite nella vita privata” (615 bis codice penale) con l’aggravante dell’abuso di relazioni d’ufficio e dall’altra sei donne (assistite dai legali Luca Mirone, Francesco Antille e Maria Platania) che lo hanno denunciato, costituendosi parte civile: le avrebbe spiato, in bagno, servendosi di una penna con telecamera.

Nel filmato ritrovato dagli agenti del commissariato “Borgo-Ognina” sono, comunque, solo tre le donne riprese. Lo strumento era stato piazzato in uno scaffale del bagno dello studio, che fungeva anche da archivio. Le sei donne si sono dimesse dal loro impiego, ma ancora non hanno cominciato la causa di lavoro contro il commercialista.



45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.